Gentile Presidente, Onorevoli Consiglieri di stato, Care colleghe e colleghi,

Qui oggi non si discute, purtroppo di come risolvere il dumping salariale. Stiamo discutendo di una proposta che manca completamente il bersaglio e crea problemi invece che risolverne.

Sì, perché il Ticino non ha un problema di controlli. Il Ticino ha un problema di economia. E questo problema, purtroppo, l’iniziativa non lo sfiora nemmeno.

Siamo già il Cantone che fa più controlli in Svizzera: più del doppio della media nazionale, più di tutti.

E quando controlliamo, le irregolarità che saltano fuori sono poche. Non perché “va tutto bene”, ma perché il dumping salariale non nasce da violazioni di legge.

Nasce dalla realtà che troppi settori produttivi in Ticino generano poco valore aggiunto.

E quando il valore è basso, i salari saranno bassi. Anche se li controlli mille volte, anche se ci mandi centinaia di ispettori, i salari rimangono bassi.

E mentre noi assumeremo decine di ispettori – per inciso gli unici posti di lavoro creati da questa iniziativa – fuori migliaia di giovani continuano a fare le valigie.

Ragazzi e ragazze che in Ticino trovano solo stage infiniti, stipendi da tempo parziale e carriere che non partono mai. Davvero pensiamo che la risposta sia “più controlli sui contratti”?

E poi ci sono i cinquantenni.

Persone che hanno lavorato una vita, persone con esperienza, competenza, dignità che si ritrovano fuori dal mercato del lavoro e non riescono più a rientrare.

Non perché non vogliano lavorare — anzi — ma perché in Ticino mancano posti di lavoro per loro con stipendi svizzeri; e questo perché l’offerta di manodopera qualificata dall’estero è enorme.

Quando il mercato si restringe, sono proprio loro i primi a soffrire. E la loro sofferenza non si risolve con un ispettore che controlla se una busta paga è compilata bene.

Ecco perché questa iniziativa così com’è costruita, fa arrabbiare.

Perché promette (verrebbe da dire, di nuovo) qualcosa che non può dare.

Promette più giustizia salariale ma darà più burocrazia.

Promette di difendere i lavoratori, ma crea carta e non opportunità.

È una battaglia simbolica, mentre la battaglia vera — quella che riguarda le aziende, il valore aggiunto, l’innovazione, gli investimenti — resta fuori.

Noi non possiamo sostenere una misura che costa una valanga di milioni all’anno per creare un apparato gigantesco che controllerebbe contratti perfettamente legali, ma perfettamente insufficienti.

Serve altro. Serve una politica economica che alzi la qualità dei settori, non la quantità di formulari.

Serve far crescere le imprese che pagano salari svizzeri, non affogarle nella burocrazia.

Serve un sistema che aiuta chi vuole aggiornarsi, formarsi, cambiare lavoro, non un sistema che si illude di correggere con un timbro ciò che nasce da un’economia debole.

Per questo — lo dico con la massima convinzione — sostengo il rapporto di maggioranza.

Non perché mi piace dire no, ma perché mi rifiuto di dire sì a un’illusione. L’ennesima illusione.

I lavoratori ticinesi meritano misure che funzionano davvero, non scorciatoie che fanno sentire bene per cinque minuti e poi lasciano tutto com’è.

Non possiamo continuare a perdere giovani.

Non possiamo lasciare i cinquantenni in un limbo.

Non possiamo continuare a raccontarci la favola che “basta controllare di più”.

La verità, anche se fa male, è semplice: servono più posti di lavoro con salari svizzeri, non più ispettori. E questo lavoro lo dobbiamo fare noi. Non scaricarlo su una macchina amministrativa gigantesca e inutile.