Gentile Presidente, On. Consiglieri di Stato, care colleghe e cari colleghi,
Mi concentrerò solo su un elemento di questo tema.
Qualche mese fa, proprio qui, ho difeso il diritto alla protezione dal licenziamento per le madri adottive. Sono stata accusata di essere retrograda. Perché? Avevo sostenuto un diritto concreto delle donne. Lo avevo fatto contro chi vorrebbe sganciare quel diritto dal sesso biologico, in favore di una visione “gender”. Una visione intrinsecamente misogina.
La biologia non è un’opinione: solo le donne possono diventare madri. Eppure, per alcuni, questa ovvietà è un’offesa imperdonabile.
Oggi, ironia della sorte, alcune di quelle stesse persone si battono qui per difendere le donne dalla pubblicità sessista.
La politica ha questa straordinaria capacità di muoversi a geometria variabile, senza sentire il bisogno della coerenza. Proprio per questo, non possiamo permettere alla politica di decidere cosa sia sessista e cosa no.
Il rischio che questa legge diventi un pretesto per censurare e moralizzare è grande. Limitare la libertà di espressione e quella economica, significa entrare in un terreno scivoloso. Queste libertà vanno toccate con estrema cautela.
Se imbocchiamo questa strada, dove ci fermeremo? Vieteremo cantanti scomodi dalle piazze? Elimineremo scrittori politicamente scorretti? Cancelleremo Shakespeare perché le sue tragedie pullulano di femminicidi? E poi? Via “L’origine del Mondo” di Courbet dalle pinacoteche? Bandiremo opere d’arte considerate inopportune, per es “Il Ratto delle Sabine”?
Ogni legge di censura presuppone dei censori. Chi deciderà se la mia scollatura è troppo profonda? Chi stabilirà se l’immagine di una madre che allatta è uno stereotipo di genere o una semplice rappresentazione della realtà? Quali commissioni esamineranno le pubblicità per dirci se una gonna è troppo corta o se un annuncio di lavoro esprime “mascolinità tossica”?
Vogliamo davvero seguire l’esempio di società illiberali in cui le donne non possono decidere liberamente cosa fare del proprio corpo e della propria immagine?
Colleghe, colleghi, senza tanti giri di parole: ho più paura degli effetti di una legge censoria che di quelli della pubblicazione di un cartellone pubblicitario sessista.
Questa proposta di legge è il prodotto di un’ideologia che le nostre società stanno finalmente iniziando a rifiutare. Dopo aver regolato i pronomi che annullano l’esistenza delle donne (con gli asterischi e le schwa), ora si vuole intervenire su immagini e manifesti.
Gli stereotipi di genere esistono, certo, ma vanno affrontati dove contano davvero, come nel mercato del lavoro. E per farlo non servono leggi censorie e paternalistiche, ma strumenti ben più efficaci come conoscenza, formazione e sensibilizzazione.
Uomini e donne sono condizionati da stereotipi spesso inconsci che influenzano decisioni quotidiane sul lavoro. Solo riconoscendo questi bias cognitivi, chi assume, chi promuove e chi gestisce potrà farlo con criterio.
Questa proposta è declamatoria, censoria, illiberale e, soprattutto, inutile. Vogliamo davvero fare qualcosa per le donne?
Iniziamo col riconoscere che una donna è una donna e deve essere libera di mostrarsi o non mostrarsi come meglio crede, senza che qualcuno, magari mosso dalle migliori intenzioni, decida al posto suo.
