Gentile Presidente, On. Consiglieri di Stato,
Care colleghe, cari colleghi,

La refezione comune fa certamente parte di un importante percorso di socializzazione dei bambini. Ne siamo consapevoli.

La questione in discussione oggi è però molto più semplice: riteniamo sia importante rispettare la pluralità delle situazioni familiari, riconoscere la diversità dei bisogni dei bambini e mantenere l’equilibrio, sempre delicato, tra la funzione educativa dello Stato e quella, primaria, della famiglia.

Sappiamo bene che la refezione nella scuola dell’infanzia è considerata parte integrante della giornata educativa. È utile e ne siamo coscienti. Ma è necessario non rifiutare a priori la necessaria flessibilità, quando richiesta da famiglie responsabili e motivate. In caso contrario, si rischia di irrigidire e automatizzare un sistema che dovrebbe invece essere capace di leggere le situazioni nella loro specificità.

L’iniziativa che discutiamo chiede solo questo. Essa non è non un attacco alla scuola. È una semplice richiesta di buon senso.

Noi siamo convinti che l’equilibrio tra pubblico e privato sia un principio fondamentale. In economia, nei servizi e, forse ancora di più, quando si parla di educazione. Nessuna istituzione può sostituirsi al ruolo educativo della famiglia, tranne che nei casi estremi. Quando parliamo di bambini di 4 o 5 anni, è giusto riconoscere che una giornata scolastica di sette ore consecutive può risultare eccessiva. In alcuni casi, una pausa al di fuori dell’ambiente scolastico, un pranzo condiviso con un genitore, può fare la differenza nel percorso di crescita e sviluppo del bambino.

Il messaggio governativo e il rapporto di maggioranza insistono sul fatto che i casi di richiesta di dispensa siano pochi. Ma il fatto che siano pochi non è un buon motivo per negarli, anzi. Se sono pochi, è ancora più facile gestirli, con una norma chiara che definisca criteri e modalità.

Il rapporto di minoranza non propone di smantellare il sistema, ma semplicemente di riconoscere la legittimità di alcune, magari poche, ma comunque rispettabili, esigenze specifiche. Procedendo in modo ordinato, trasparente, con un iter scritto e con garanzie di ricorso in caso di rifiuto.

C’è poi un elemento culturale che va sottolineato. La famiglia non è un soggetto concorrente dello Stato. È un alleato. Ma come ogni alleato va ascoltato. Dobbiamo evitare che il sistema scolastico venga percepito come rigido, distante, incapace di leggere la complessità delle vite reali. Soprattutto quando parliamo di scuola dell’infanzia, che è il primo punto di contatto tra i bambini, le famiglie e l’istituzione scolastica.

Non si tratta di tornare indietro, ma di affermare una cultura della flessibilità responsabile. Una cultura che non interpreta la richiesta di una deroga come una “fuga” dal sistema, ma come una richiesta di fiducia. E la fiducia, se vogliamo costruire davvero una scuola condivisa, è una moneta che va spesa anche dallo Stato.

In conclusione, sosteniamo con convinzione il rapporto di minoranza. Perché crediamo in una scuola pubblica forte e quindi capace di ascolto
.
Crediamo in un rapporto equilibrato tra Stato e famiglie, e riteniamo che la vera forza di un’istituzione si misuri anche nella sua capacità di accogliere le eccezioni quando queste sono motivate dal benessere dei bambini.