Gentile Presidente, On Consiglieri di Stato, Care colleghe, cari colleghi,

la formazione professionale è un pilastro del nostro sistema. L’apprendistato è una delle grandi eccellenze svizzere. Ce lo diciamo spesso. Ce ne compiacciamo. Ma poi, quando guardiamo i numeri, la realtà è un’altra.

Il Ticino è penultimo tra i Cantoni per tasso di apprendisti. Peggio di noi, solo Ginevra. Nel 2023, l’Amministrazione cantonale – cioè noi, lo Stato – era ancora ferma al 4.3%. Sette anni fa Governo e Parlamento si sono posti un obiettivo: avere almeno il 5% di apprendisti rispetto al numero di dipendenti. Sette anni. E ancora non ci siamo.

E non è perché mancano le possibilità. Il Cantone può formare apprendisti in 41 professioni diverse. Abbiamo 218 formatori abilitati. Già oggi ospitiamo quasi 200 apprendisti. Quindi il margine c’è. Le competenze ci sono. La struttura è pronta. Quello che manca è la volontà politica di chiudere il cerchio.

La mozione che discutiamo oggi propone una cosa semplice, concreta, realizzabile: creare una trentina di nuovi posti di apprendistato nei prossimi due anni. Non cento, non mille: trenta. Quanto costerebbe? Circa 350’000 franchi l’anno. In un bilancio di oltre 4 miliardi e mezzo. È una cifra marginale. Ma può cambiare la vita a molti giovani.

Perché qui non si parla solo di soldi. Si parla di coerenza. Di credibilità. Di fare la nostra parte. Se chiediamo ai privati di formare, dobbiamo farlo anche noi.

Ogni posto di apprendistato in più è una possibilità in più per un giovane di rimanere qui in Ticino. Di crescere. Di costruirsi una vita dignitosa qui, nel nostro Cantone.

Ogni giovane formato è un lavoratore in meno da cercare all’estero. È una famiglia che respira. È un pezzo di società che si radica.

Parliamo spesso di fuga di cervelli, di disoccupazione, di carenza di manodopera. Ma come possiamo lamentarcene, se non offriamo ai nostri giovani nemmeno un primo gradino su cui salire?

E poi c’è la questione delle ragazze. I dati lo confermano: le giovani donne si orientano ancora verso settori “tradizionali”, spesso con meno prospettive . Non basta scrivere “anche al femminile” nei bandi. Serve visibilità, orientamento, politiche attive.

Qualche settimana fa, a Ginevra, il Segretario al Commercio degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha detto che gli USA hanno molto da imparare dal nostro sistema di formazione professionale. Non succede tutti i giorni di questo periodo che un americano faccia complimenti a un altro Paese. E noi, cosa facciamo? Mentre il mondo ci osserva, noi arretriamo. Le aziende che formano apprendisti sono in calo. Le aziende che formano apprendisti sono in calo. I nuovi contratti non decollano. Il progetto “Obiettivo 95%”, che prevedeva l’aumento del numero di diplomati nel secondario, è bloccato da anni al 90,3%. I tassi di scioglimento dei contratti restano alti, e molti giovani – parliamo di centinaia ogni anno – non trovano un posto di apprendistato.

Sì, è vero: qualcosa è stato fatto. Ma non abbastanza. E soprattutto, non in modo coerente. Il Consiglio di Stato ci dice che la mozione è già stata evasa. Ma i numeri dicono il contrario. E la realtà, anche.

La domanda resta alta. L’offerta no. Non possiamo dire che è tutto a posto, se rincorriamo ancora un obiettivo fissato nel 2017.

Allora facciamolo, questo passo. Trenta posti. Il 5%. Finalmente. Non per marcare territorio politico. Ma per coerenza. Per responsabilità.

Così magari, la prossima volta che qualcuno parlerà di “giovani”, “formazione”, “opportunità”, potremo guardarci allo specchio e dire: questa volta, qualcosa l’abbiamo fatto davvero.

Perché sì, sono “solo 30” posti. Ma provate a mettervi nei panni di un genitore. Se quel posto è per tuo figlio, non è un numero. È una speranza. È una porta che si apre. È un segnale: “Ti vediamo. Crediamo in te.”

L’apprendistato non è un piano B. È un percorso che insegna a mettersi in gioco, a imparare sul campo, a diventare adulti. È l’ascensore sociale più potente che abbiamo.

E allora facciamolo, questo passo. Diamo un segnale chiaro. Non ai partiti. Non ai giornali. Ma a quelle famiglie che ogni estate si chiedono: “E adesso, cosa farà nostro figlio? Dove andrà nostra figlia?”

E se oggi questo Parlamento decidesse di bocciare la mozione, allora diciamolo con franchezza: avete scelto di non fare nulla, anche potendo fare qualcosa.

Diciamolo ai ragazzi che stanno finendo la scuola media e non sanno dove andranno. Diciamolo a quelle madri che ci scrivono perché i figli hanno perso fiducia. Diciamolo agli imprenditori che si sentono soli nel tentativo di formare la nuova generazione.

Ma soprattutto, guardiamoci allo specchio. E diciamoci chiaro: non possiamo più permetterci l’ipocrisia comoda di parlare di “giovani” solo durante le campagne elettorali. Perché i giovani non sono uno slogan.

Sono qui. E aspettano risposte.

Io non ci sto a fare solo passerella.

Io voto sì. Perché ogni apprendista in più, è una sconfitta in meno.