Sostegno ai media

Signora Presidente, On. Consiglieri di Stato,
Care colleghe e colleghi,

su questo messaggio voteremo sì. Ma sarà un sì critico.

L’informazione locale è un pezzo essenziale della vita democratica. In un Cantone piccolo, con una lingua minoritaria e un territorio fatto di comuni, valli e periferie, sapere cosa succede vicino a casa non è un lusso. È una condizione per partecipare alla vita pubblica.

Se si indebolisce l’informazione locale, si indebolisce anche il controllo sul potere. Si perde attenzione per ciò che accade nei comuni, nelle scuole, nella vita concreta delle persone.

Il problema quindi esiste. E noi non lo neghiamo. Il limite sta nello strumento scelto dal Consiglio di Stato.

Il Governo ha scelto la via più semplice: usare i criteri federali legati alla distribuzione postale e sostenere la carta stampata regionale. È una soluzione comoda e chiara dal punto di vista amministrativo. Si prende un credito e lo si divide per le copie distribuite.

Ma il mandato politico nato in Commissione economia e lavoro era più ampio. Non si trattava semplicemente di premiare chi distribuisce più copie. Il rapporto approvato dal Parlamento parlava anche di sostegno al lavoro giornalistico, alla qualità dell’informazione, alla capacità dei media locali di continuare a produrre contenuti utili per la cittadinanza.

Il Consiglio di Stato ha preso la parte più facile di quel mandato e ha lasciato cadere quella più importante: sostenere davvero chi produce informazione locale di qualità.

Nel 2026 l’informazione locale non coincide più solo, e sottolineo solo, con la carta stampata. Passa anche da portali digitali, piccole redazioni online, realtà territoriali che seguono la cronaca comunale, la politica locale e i problemi quotidiani dei cittadini.

In alcuni casi questi portali fanno informazione locale meglio di alcune testate tradizionali. Hanno meno storia, meno struttura, meno peso istituzionale, ma spesso anche meno influenza dal potere politico.

Il messaggio, purtroppo, sostiene solo una parte dell’informazione locale, non tutta. Il Governo avrebbe potuto osare di più.

In aggiunta, per quanto riguarda il finanziamento noi di Avanti con Ticino&Lavoro avevamo indicato un’altra strada: usare i fondi Swisslos, o comunque creare uno strumento più indipendente e più aperto. Per esempio, ci si poteva rivolgere a una fondazione o a un’associazione, che avrebbe distribuito i fondi con criteri chiari e verificabili, capace di sostenere la qualità giornalistica, la produzione originale, la copertura dei comuni, la trasparenza e anche l’informazione digitale locale.

Una fondazione o un’associazione avrebbe permesso anche di tenere più lontano il Governo e i suoi partiti dal rapporto diretto con gli editori, che già in molti casi è fin troppo stretto.

Il Consiglio di Stato ci dice che Swisslos non poteva essere usato per sussidi ricorrenti all’attività ordinaria dei media locali. E non ci aspettavamo altro: perché oggi i fondi di Swisslos finiscono per sostenere sempre gli stessi grandi soggetti legati alla cultura, vicini ai soliti ambienti, capaci di prendersi la parte più consistente delle risorse. A centinaia di piccole associazioni, realtà locali e iniziative diffuse sul territorio restano invece le briciole. Questo sistema noi lo contestiamo da sempre. E continueremo a farlo.

Detto questo, oggi siamo davanti a un credito concreto. Non è lo strumento che avremmo scelto. Non è abbastanza moderno, non include abbastanza il digitale e non affronta davvero il nodo del pluralismo locale.

Ma il rischio di impoverimento dello spazio informativo ticinese è reale. Per questo voteremo sì.

Non sarà un sì al metodo del Consiglio di Stato. Non sarà un sì alla nostalgia della carta stampata. Sarà un sì al principio che l’informazione locale va sostenuta.

Da domani però bisognerà lavorare meglio: sostenere meno la distribuzione e di più il lavoro giornalistico; meno le copie e di più i contenuti.

Perché il pluralismo non si difende finanziando sempre gli stessi. Si difende creando spazio anche per chi oggi informa i cittadini, ma resta fuori dai tavoli che contano.

Concludiamo annunciando già il nostro sostegno all’emendamento di Più Donne.

Iniziativa Cassa Malati (E.Roncelli)

Stimata Presidente, Onorevoli Consiglieri di Stato, care colleghe e cari colleghi,

oggi discutiamo tre rapporti, ma in realtà discutiamo una sola domanda: che valore ha il voto popolare?

Il 28 settembre 2025 il Popolo ticinese ha approvato due iniziative sui premi di cassa malati. Una chiedeva la deducibilità integrale dei premi. L’altra chiedeva di limitare il peso dei premi al 10% del reddito disponibile.

Avanti con Ticino & Lavoro non ha avuto la stessa posizione sulle due iniziative. Abbiamo sostenuto l’iniziativa della Lega, perché la ritenevamo sostenibile all’interno delle finanze attuali. Non abbiamo invece sostenuto l’iniziativa per il 10% perché sapevamo che non sarebbe stato possibile applicarla facilmente.

Avevamo avvertito che quella proposta, pur partendo da un problema reale e da intenzioni comprensibili, rischiava di essere troppo costosa, poco mirata e finiva per scaricare sulle finanze pubbliche un onere enorme senza intervenire sulle cause profonde dell’aumento dei costi sanitari.

Sul contenimento dei costi sanitari abbiamo messo sul tavolo proposte concrete, con un pacchetto di proposte che, ad oggi, sono rimaste in larga parte inevase. È troppo facile discutere solo di chi paga il conto, senza affrontare seriamente il motivo per cui quel conto continua ad aumentare.

Avevamo detto che oltre 300 milioni di franchi all’anno non sono una cifra qualsiasi. Sono soldi che rischiano di mancare altrove: nei nidi, nelle cure a domicilio, nel sostegno agli invalidi, negli aiuti agli anziani, nei servizi essenziali per chi è davvero fragile.

Avevamo anche detto che un intervento così costruito poteva produrre effetti distributivi discutibili: aiutare anche economie domestiche con redditi alti, quando sarebbe bastato rafforzare in modo mirato il sistema RIPAM per chi è più in difficoltà.

Queste erano le nostre critiche. E purtroppo si sono rivelate tutte corrette. Ma oggi la discussione è un’altra: rispettare il voto popolare. Il sovrano è stato chiamato a decidere. Ha deciso. E quando il sovrano decide, le istituzioni non reinterpretano: applicano.

Questo vale per entrambe le iniziative. Punto e stop.

Naturalmente, applicare non significa far finta che i problemi finanziari non esistano. Esistono eccome. Parliamo di importi molto importanti, che impongono serietà, coperture, priorità e una visione pluriennale. Ma proprio per questo bisogna essere chiari: non si può promettere prima una cosa alla popolazione e poi applicarne un’altra, più piccola, più comoda, più digeribile per i conti pubblici.

Prima del voto, l’iniziativa per il 10% è stata raccontata con esempi molto concreti che oggi non saranno mai realtà. Il Premio medio di riferimento non era un dettaglio tecnico. Era la promessa politica. Era il motivo per cui molte persone hanno votato sì. Oggi non potete dire: “Forse il Popolo non aveva capito”. Non potete scoprire adesso che il Premio Medio di Riferimento crea distorsioni. Non potete scoprire oggi che un altro parametro rifletterebbe meglio la realtà. Queste cose ve le abbiamo dette e le avete ignorate.

Durante la campagna qualcuno ha scelto la tattica dell’opossum: fingersi morto, stare fermo, non esporsi troppo, perché opporsi era impopolare. Ma oggi non siamo più in campagna. Oggi siamo nel momento della responsabilità.

E allora diciamolo con franchezza: se oggi si propone un aumento dei sussidi di 130 o 150 milioni, non siamo di fronte all’attuazione piena dell’iniziativa per il 10%. Siamo di fronte a un controprogetto costruito dopo il voto. A un importo di quella portata probabilmente qui dentro tutti sarebbero stati favorevoli. Ma non è quello che è stato votato.

C’è una scena nella serie Successione in cui Logan Roy guarda i figli e dice: “Vi voglio bene, ma non siete persone serie”. Ecco, il rischio oggi è proprio questo: dare l’immagine di una politica che promette molto, incassa il voto, e poi quando arriva il momento di pagare il conto cerca una via d’uscita elegante. Questa non è serietà istituzionale.

Serietà istituzionale significa due cose insieme: rispettare il voto popolare e rispettare le finanze pubbliche. Non una cosa contro l’altra. Entrambe. Per questo voteremo contro il rapporto Bühler.

Per questo ci asterremo sul rapporto Ferrara-Dadò. Non perché siamo contrari all’implementazione delle iniziative. Al contrario: siamo favorevoli alla loro applicazione. Ma la proposta che ci viene sottoposta appare nettamente sbilanciata. L’efficientamento e la riduzione della spesa sono posti soprattutto a carico degli enti esterni, mentre il lavoro vero sull’amministrazione cantonale resta troppo limitato.

Se vogliamo parlare seriamente di sostenibilità finanziaria, allora dobbiamo guardare anche dentro la macchina dello Stato. Non con tagli lineari ciechi, ma con un’analisi seria dei processi, delle duplicazioni, delle inefficienze, delle priorità e dei margini di riorganizzazione. Altrimenti non è una spending review. È uno scaricabarile.

Sul rapporto Durisch, invece, abbiamo presentato un emendamento. Chiediamo che l’iniziativa per il 10% entri in vigore il 1° gennaio 2029, ma secondo il modello approvato dal Popolo, mantenendo il Premio Medio di Riferimento come parametro determinante. Chiediamo inoltre che il Consiglio di Stato presenti per tempo le misure di finanziamento necessarie a garantirne la sostenibilità a medio termine.

Valuteremo quindi il nostro voto finale alla luce del testo che uscirà da questo Parlamento. Se il testo rispetterà davvero la promessa fatta alla popolazione, potremo sostenerlo. Se invece servirà solo a ridurre di nascosto la portata dell’iniziativa, dovremmo capire se potremmo farlo.

Colleghe e colleghi, il punto politico è semplice: non si può dire al Popolo “decidi tu” e poi, quando decide, spiegargli che ha deciso male.

Il Popolo ha votato due iniziative. Ora quelle due iniziative vanno applicate. Con serietà. Con coperture. Con responsabilità. Ma senza trucchi, senza riscritture e senza controprogetti a posteriori.

Perché il rispetto del voto non è un dettaglio tecnico. È la base della democrazia.

Consuntivo 2025

Gentile Presidente, Onorevole Consigliera di Stato, Onorevoli Consiglieri di Stato,
care colleghe e cari colleghi,

interverremo una sola volta su questo Consuntivo, per non appesantire ulteriormente una seduta già lunga. Ma riteniamo importante fissare alcuni punti politici.

È stato più volte detto che il Consuntivo 2025 chiude meglio del Preventivo. Bene. Ne prendiamo atto.

Ma evitiamo di raccontarci una favola.

I conti chiudono meglio non perché il Cantone abbia finalmente risolto i suoi problemi strutturali. Chiudono meglio soprattutto perché sono entrate risorse superiori al previsto. In particolare, pesa la quota sull’utile della Banca nazionale svizzera: 80.1 milioni che non erano stati messi a Preventivo.

È una buona notizia. Ma non è una politica finanziaria.

È una circostanza favorevole. E le circostanze favorevoli, nei conti pubblici, possono aiutare un anno, ma non possono diventare il metodo di governo.

Questo è il punto politico che ci interessa.

Perché se guardiamo sotto la superficie, il quadro resta fragile. Le spese correnti sono superiori al Preventivo di 67 milioni. E non stiamo parlando di qualche capriccio amministrativo. Stiamo parlando soprattutto di prestazioni complementari, premi di cassa malati, asilo, trasferimenti. Cioè di settori dove si vede una società che fatica.

Quando crescono le prestazioni complementari o i sussidi per i premi di cassa malati, non è solo una colonna di bilancio che si muove. Sono famiglie, pensionati, lavoratori, giovani coppie che non ce la fanno più.

Ma non finisce qui. Il gettito fiscale delle persone fisiche e giuridiche viene rivisto al ribasso di quasi 60 milioni; è il momento di fermarci. Perché questo è il segnale più preoccupante.

Questo significa che la base economica del Cantone non è solida come vorremmo. Significa che il lavoro, i salari, le imprese, la capacità produttiva del Ticino non stanno dando allo Stato le entrate che si erano previste.

E per Avanti con Ticino & Lavoro questo è il cuore del problema.

Non possiamo parlare di finanze pubbliche come se fossero solo un esercizio contabile. I conti del Cantone dipendono da come sta il Ticino reale. Dipendono da chi lavora, da chi produce, da chi paga le imposte, da chi tiene aperta un’azienda, da chi fa fatica a vivere con uno stipendio normale in un Cantone sempre più caro.

Se il lavoro si indebolisce, anche le finanze pubbliche si indeboliscono.

Se il ceto medio arretra, anche il gettito arretra.

Se le imprese sane perdono margini, anche lo Stato perde basi solide.

Per questo, come Avanti con Ticino & Lavoro, rivendichiamo con chiarezza un punto: noi la revisione della spesa non la scopriamo oggi. La chiediamo da sempre.

Per noi la spending review non è una parola inglese da sventolare quando i conti non tornano. È uno strumento necessario di buona politica.

Significa guardare dentro la spesa pubblica. Capire dove lo Stato funziona e dove no. Misurare i risultati. Verificare i doppioni. Controllare i mandati esterni. Valutare gli enti sovvenzionati. Semplificare procedure che fanno perdere tempo ai cittadini e costano soldi alla collettività.

La spending review, se fatta seriamente, non serve a indebolire lo Stato. Serve a renderlo più giusto e più efficace.

Perché ogni franco sprecato dove non serve, è un franco che manca dove serve davvero.

Concludendo: il Consuntivo 2025 ci dà quindi un messaggio doppio.
Da una parte ci dice che il risultato è migliore del previsto. Dall’altra ci dice che non possiamo dormire tranquilli.

Abbiamo beneficiato di entrate favorevoli. Ma il capitale proprio resta negativo. Il debito resta alto. Le spese sociali crescono. E il gettito fiscale ordinario mostra segnali di debolezza.

Il Ticino non ha bisogno di conti salvati dalla fortuna.

Ha bisogno di lavoro, salari dignitosi, imprese sane, spesa pubblica controllata e uno Stato che protegga chi ne ha davvero bisogno.

La revisione della spesa va fatta. Ma va fatta bene: con dati, responsabilità e coraggio politico.

E soprattutto va fatta ricordando una cosa: dietro ogni franco pubblico ci sono persone che lo pagano. E spesso persone che da quel franco dipendono.

Questo, per noi, è il punto da cui partire.
Di principio sosterremo i conti, ma attendiamo la discussione sui singoli dipartimenti.

Srime immobiliari

Signor Presidente, Onorevole Consigliere di Stato, Care colleghe, cari colleghi,
quando parliamo di stime immobiliari sembra sempre “solo” una questione tecnica. Numeri, percentuali, aliquote.

In realtà stiamo parlando di persone. E di un rischio molto concreto: che decisioni amministrative producano effetti automatici sulla vita dei cittadini senza che la politica se ne assuma davvero la responsabilità.

La revisione delle stime è necessaria. Nessuno lo nega. I valori devono essere aggiornati e il sistema deve restare credibile. Ma proprio perché è un atto tecnico, dobbiamo evitare che diventi un automatismo fiscale o sociale. Questo è il cuore della discussione.

L’iniziativa non promette miracoli. Dice semplicemente: fermiamoci un attimo prima che un aggiornamento tecnico diventi automaticamente più tasse o meno prestazioni.

Noi leggiamo questa iniziativa come un promemoria istituzionale: la politica deve assumersi la responsabilità delle decisioni che prende. Perché un aumento “automatico” non è una scelta politica. È una rinuncia alla politica.

Soprattutto un punto ci sta a cuore. Dietro queste discussioni non ci sono solo grandi patrimoni o grandi cifre come piace raccontare ad alcuni. Ci sono persone che vivono nella loro casa da trent’anni dopo che hanno lavorato una vita. Pensionati che accedono a prestazioni. Famiglie che ricevono riduzioni di premi.

Se il valore di stima cresce sulla carta, la loro realtà economica non cambia nello stesso istante. E allora non possiamo accettare che cambino automaticamente i loro diritti.

E concludo: neutralità nel complesso non significa privilegio per qualcuno. Significa equilibrio. Significa ricordare che il sistema fiscale e quello sociale devono muoversi insieme, con una visione complessiva e non con effetti meccanici.

Per questo noi di vanti con Ticino&Lavoro sosteniamo un approccio che protegga i cittadini dagli automatismi e rimetta al Parlamento la responsabilità delle scelte. Scelte di cui rendere conto ai cittadini.

Sussidio agli asili nido

Signor Presidente, On. Consiglieri di Stato, colleghe e colleghi,
sul tema della natalità non esistono soluzioni semplici né bacchette magiche.

Lo dicono i dati e i rapporti scientifici, ma lo conferma anche la realtà quotidiana: misure come quelle proposte oggi possono alleviare alcuni costi, ma non incidono in modo determinante sulla scelta di avere figli.

Sul sostegno alle famiglie il Cantone non è rimasto fermo. Negli ultimi anni l’offerta di nidi sussidiati è cresciuta in modo significativo e il Consiglio di Stato prevede nei prossimi anni nuovi posti proprio nelle regioni oggi più scoperte.

Con la riforma fisco-sociale il sistema di aiuti sulle rette sostiene tutte le famiglie e arriva fino alla copertura totale per chi beneficia di prestazioni sociali. A questo si affiancano le riforme in corso a livello nazionale, che nei prossimi anni ridurranno ulteriormente il peso dei costi per le famiglie. Voteremo sulla gratuità a livello nazionale entro l’anno.

È anche per questo che non sosterremo la gratuità generalizzata dei nidi e degli extrascolastici. Non perché questi servizi non siano importanti, ma perché le risorse pubbliche vanno indirizzate dove hanno un impatto reale ed efficace.

Una politica familiare credibile deve partire da come vivono oggi le famiglie. Ed è qui che oggi il sistema si inceppa.

Per molte famiglie il passaggio più critico non è l’accesso al nido, ma l’ingresso nella scuola dell’infanzia. È qui che la conciliabilità invece di migliorare peggiora.

Pensiamo a due genitori che lavorano, magari entrambi a tempo pieno. Finché il bambino è al nido, le soluzioni sono relativamente flessibili. Con l’ingresso nella scuola dell’infanzia le giornate si accorciano, le settimane di vacanza si allungano e le alternative diventano poche. Il risultato è spesso una riduzione del tempo di lavoro, soprattutto per le madri, o il ricorso a soluzioni informali.

Se vogliamo aiutare davvero le famiglie, dobbiamo intervenire lì. Con più risorse, con un’organizzazione più aderente ai bisogni reali e con un sostegno che tenga conto dei tempi di vita e di lavoro di oggi. Investire sulla scuola dell’infanzia significa garantire continuità alla conciliabilità, non interromperla proprio quando i bambini crescono e le esigenze cambiano.

Le risorse sono limitate e serve il coraggio di fare scelte dove l’impatto è maggiore ed efficace. È una scelta di responsabilità.

È in questa direzione che, a nostro avviso, deve andare una politica familiare seria e responsabile.

Commissione Parlamentare d’Inchiesta (CPI)

Signor Presidente, On. Consiglieri di Stato, Care colleghe e colleghi,

Avanti con Ticino & Lavoro sostiene la creazione di questa Commissione parlamentare d’inchiesta.

Il passato prova che le commissioni parlamentari di inchiesta sono strumenti difficili da utilizzare e a volte lasciano planare il sospetto di un loro utilizzo strumentale.

Noi non sosteniamo questa commissione per spirito polemico o partigiano, tantomeno per una questione di giustizialismo parlamentare. Lo facciamo per senso di responsabilità istituzionale.

Qui non siamo chiamati a emettere sentenze. Non siamo un tribunale. E non dobbiamo sostituirci alla magistratura. Come qualcuno ha già detto bene.

Il punto è un altro.

Il punto è capire se il nostro sistema di regole, di prassi e di comportamenti è abbastanza solido da evitare che certe situazioni si ripetano. Sul passato e sulle responsabilità toccherà ad altri fare chiarezza. A noi spetta il compito di capire cosa è successo e di porre rimedio a memoria futura per quanto di nostra competenza.

Dai lavori della Sottocommissione è emerso chiaramente un limite. Non per incapacità dei colleghi. Ma per mancanza di strumenti.

Quando le risposte non arrivano, quando le audizioni vengono rifiutate, quando i confini tra ruoli pubblici e interessi politici diventano sfumati, il Parlamento ha il dovere di fare un passo in più.

La Commissione Parlamentare d’Inchiesta serve a questo. A fare chiarezza in modo ordinato, pubblico, istituzionale. E soprattutto a guardare avanti. A porre, nel migliore dei casi, le fondamenta di un lavoro condiviso di miglioramento delle prassi e delle regole.

Per Avanti con Ticino & Lavoro la Commissione non è e né deve essere uno strumento punitivo.

È uno strumento preventivo.

Serve a capire dove le norme sono troppo deboli, dove le prassi sono ambigue, dove il comportamento delle persone elette necessita di regole più chiare e più stringenti.

Se da questa vicenda usciamo solo con un elenco di nomi, abbiamo fallito.

Se invece ne usciamo con regole migliori, più trasparenza e confini più netti tra ruoli, allora avremo fatto il nostro lavoro.

La fiducia nelle istituzioni non si difende nascondendo i problemi.

Si difende affrontandoli. Con metodo. Con misura. Con strumenti adeguati. Con la proposta di soluzioni condivise e ragionevoli. Con il lavoro silenzioso piuttosto che con gli strilli a mezzo stampa o sui social.

Per questo sosteniamo la CPI.